Perché diciamo NO alla riforma
I. Perché minaccia l’autonomia e l’indipendenza della magistratura
Il Consiglio superiore della magistratura è un organo di rilievo costituzionale (cioè previsto dalla Costituzione)
che garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, penale e civile. È composto per due
terzi da magistrati (i «togati») e per un terzo da avvocati e professori universitari di diritto (i «laici»), eletti,
rispettivamente, dai magistrati e dal Parlamento.
I padri e le madri costituenti hanno assegnato al CSM il potere di nominare, trasferire, promuovere e
infliggere sanzioni disciplinari ai magistrati: dicevano che questi poteri erano come quattro «chiodi» piantati
per mantenere salda l’autonomia e l’indipendenza del potere giudiziario, preservandolo da qualunque
ingerenza.
Questa riforma, però, cambia il modello costituzionale del CSM. Non solo «spacchetta» il CSM in tre
organi (un CSM per i giudici, uno per i pm e un’Alta corte disciplinare), ma modifica natura e attribuzioni
dei nuovi CSM. In questo modo, altera profondamente l’equilibrio tra poteri disegnato dalla nostra
Costituzione, in particolare tra potere giudiziario (esercitato dai magistrati), potere esecutivo (il
governo) e potere legislativo (il Parlamento).
In una parola: nella Costituzione resta scritto (art. 104) che «La magistratura costituisce un ordine autonomo
e indipendente da ogni altro potere», ma la riforma ha picconato i pilastri posti a salvaguardia di
questo principio sacrosanto.
II. Perché non risolve i problemi della giustizia che gravano sui cittadini
(anzi, disperde risorse perché moltiplica i costi!)
La riforma non fa nulla per affrontare le vere emergenze e i molti mali che affliggono la giustizia
italiana. Tempi lunghissimi, mancanza di personale e di risorse, burocrazia e linguaggio complicati. Il disagio dei cittadini nasce soprattutto da questi problemi, che resteranno immutati. Deve essere chiaro che votando sì alla riforma non ci sarà una giustizia più efficiente e più vicina ai cittadini.
Per di più, sostituire il vecchio, unico CSM con tre organismi indipendenti triplica i costi, disperdendo
risorse che potrebbero essere utilmente investite per far funzionare meglio le procure e i tribunali
III. Perché separare le carriere di giudici e pubblici ministeri può «snaturare» la pubblica
accusa (senza aumentare in modo significativo le garanzie di imputati e indagati)
Oggi, giudici e pubblici ministeri si formano e fanno il concorso insieme, la carriera è una, poi assumono
funzioni diverse, giudicante o requirente. Possono cambiare una volta sola, passando dall’una
all’altra, e per farlo devono anche trasferirsi in un’altra città o regione. Non succede quasi mai (nel 2024,
appena 42 passaggi su quasi 9.000 magistrati: lo 0,4%). Dunque esiste già, di fatto, una separazione di
funzioni.
L’alta percentuale di processi che termina con l’assoluzione (cioè il giudice che rifiuta le richieste del
pubblico ministero) mostra che, con questo sistema, il giudice è già «terzo e imparziale» come vuole la
Costituzione (art. 111), e non dà ragione al pm solo perché sono «colleghi».
Insieme alla carriera, poi, i magistrati condividono la stessa cultura giurisdizionale: in concreto,
giudici e accusa condividono una funzione pubblica, il PM non deve «vincere», ma deve cercare anche le
prove a discarico dell’imputato. Questo è una garanzia a protezione di indagati e imputati (l’avvocato,
invece, che è una parte privata, non deve cercare anche le prove a carico).
Cosa può succedere con la carriera separata? Se il pm diventa semplicemente una parte speculare alla difesa,
a quel punto non deve preoccuparsi di cercare la verità, ma solo di ottenere una condanna. Questo rende
più vulnerabili gli imputati che non possono permettersi costosi collegi di difesa.
Si rischia di avere un pm «superpoliziotto», dicono alcuni, più forte coi deboli, più debole coi forti perché
maggiormente condizionabile (per le ragioni già esposte sopra).
IV. Per il modo in cui la riforma è stata approvata (che è l’opposto di quello raccomandato
dalla Costituzione)
La Costituzione prevede la possibilità di modifiche, ma prevede anche un procedimento complesso, per
incoraggiare una condivisione ampia e tempi di riflessione distesi, sia in Parlamento, sia nella società(per esempio, richiede quattro approvazioni parlamentari anziché due, e fra l’una e l’altra devono passare
necessariamente tre mesi, perché si possa discutere dentro e fuori dall’Aula). Proprio il contrario di
quello che è avvenuto.
Siamo chiamati al referendum perché la riforma non ha ottenuto l’approvazione dei due terzi del Parlamento.
In assenza di una condivisione larga, il governo, anziché favorire la discussione, ha voluto fare da
solo, con un procedimento «blindato»: dopo la prima approvazione, per le altre tre votazioni previste non
è stato possibile presentare emendamenti. Si è arrivati in fondo con lo stesso testo con cui era iniziato il
percorso d’approvazione. È la prima volta nella storia della repubblicana che una riforma della Costituzione
viene approvata in questo modo. Una procedura affrettata e «chiusa» che è esattamente il contrario
di quella auspicata da padri e madri costituenti.
V. Perché dichiarazioni pubbliche del governo confermano (e aggravano) le preoccupazioni
per l’indipendenza e l’autonomia della magistratura
Da molti mesi, il governo attacca il lavoro della magistratura ed esprime insofferenza verso il controllo
di legalità. Per esempio, la presidente del Consiglio ha parlato dell’esigenza di «fermare l’invadenza
» della magistratura rispetto alle decisioni del potere politico (in relazione ai doverosi controlli della
Corte dei Conti, che tutela i soldi raccolti con le tasse pagate dai cittadini). Ha detto pure che spesso la
magistratura «vanifica il lavoro delle forze di sicurezza», menzionando casi in cui i giudici sono intervenuti
annullando misure di fermo, detenzione o espulsione applicando le leggi esistenti a garanzia dei cittadini.
Il ministro della Giustizia Nordio addirittura lamenta che i dirigenti dell’opposizione «sanno benissimo
quanto sia stata limitata la sovranità della politica davanti all’invadenza delle procure» e li biasima perché,
opponendosi alla riforma, «compromettono la loro libertà di azione di domani».
Ma l’indipendenza della magistratura serve proprio a far si che il potere giudiziario possa limitare
il potere esecutivo e controllare che rispetti le leggi, a tutela di tutti i cittadini. È uno dei cardini
delle democrazie liberali, che non a caso oggi è sotto attacco in molti Paesi, in Europa e nel mondo. Altrimenti la legge non è uguale per tutti.